26 Ott 2013

Intercettato dall’Nsa il cellulare della Merkel. Ma sulle attività economiche, politiche e militari, del nostro Paese, lo spionaggio americano e inglese va avanti da tempo.

Datagate è il nome che la stampa italiana ha scelto di dare alla serie di rivelazioni dell’ex tecnico della NSA (National Security Agency) e della CIA (Central Intelligence Agency) Edward Snowden, relative al programma di controllo di massa di U.S.A. e Regno Unito.

Intanto si allarga lo scandalo dello spionaggio della National Security Agency americana e coinvolge anche l’Italia. È “inaccettabile” che ci sia “un’attività di spionaggio di questo tipo”, ha detto al suo arrivo alla sede del Consiglio europeo a Bruxelles il presidente del Consiglio, Enrico Letta. “Non possiamo tollerare zone d’ombra”, ha aggiunto il premier che ha ribadito di aver chiesto “chiarimenti poiché dobbiamo fare tutte le verifiche”.

“La Nsa porta avanti molte attività spionistiche anche sui governi europei, incluso quello italiano”. Gleen Greenwald, il giornalista americano che custodisce i file di Edward Snowden lo ha dichiarato a “l’Espresso” prima che esplodesse la tempesta diplomatica dei controlli sul cellulare della Merkel.

Greenwald ha sottolineato che pure i servizi britannici spiavano con i cavi a fibre ottiche che trasportano telefonate, mail e traffico internet del nostro Paese. In questa sterminata raccolta di materiale, ha aggiunto, i servizi italiani avevano “un accordo di terzo livello” con l’ente britannico che si occupava di spiare le comunicazioni.

Ecco la prima cronologia delle rivelazioni.
5 giugno 2013: il Guardian pubblica una serie di ordini segreti che la FISC (Foreign Intelligence Surveillance Court) impartiva a una divisione della Verizon Communication affinché fornisse una raccolta di “metadati” per tutte le telefonate che riguardassero gli Stati Uniti, incluse le telefonate locali, e quelle fatte fra gli Stati Uniti e l’estero.

6 giugno 2013: il Guardian e il Washington Post rivelano l’esistenza di PRISM (un sistema elettronico clandestino di sorveglianza, che permette alla NSA di acedere a email, ricerche internet e altro tipo di traffico sul web, in tempo reale.

9 giugno 2013: è la volta di Boundless Informant: è ancora il Guardian a parlarne. Boundless Informant è un sistema che dettaglia e “mappa” per nazione tutti i dati raccolti da computer e telefonate.

12 giugno 2013: le notizie arrivano dalla Cina: il South China Morning Post rivela che la NSA è penetrata illegalmente in computer cinesi e di Hong Kong. fin dal 2009.

17 giugno 2913: è ancora il Guardian a raccontare che nel progetto di sorveglianza globale è incluso anche il governo del Regno Unito, attraverso l’agenzia di intelligence GCHQ (Government Communications Headquarters). Che, fra l’altro, ha intercettato comunicazioni fra i politici stranieri al G20 di Londra nel 2009.

20 giugno 2013: ancora il Guardian. Questa volta vengono pubblicati due documenti segreti firmati dal generale Eric Holder, che spiegano le regole con cui la NSA opera in caso di indagini estere o statunitensi.

21 giugno 2013: altri dettagli su Tempora, il programma della GCHQ per monitorare dati di fibra ottica.

23 giugno 2013: il South China Morning Post riporta altre rivelazioni di Snowden. La NSA avrebbe hackerato le compagnie telefoniche cinesi, l’università di Pechino, Pacenet (oeratore di fibra ottica asiatico).

25 giugno 2013: il piano “b” di Snowden. Glenn Greenwald, il giornalista che ha pubblicato la maggior parte delle sue rivelazioni, spiega che la “talpa” ha diffuso in giro per il mondo file con documenti segreti della NSA, che verranno diffusi pubbblicamente qualora dovesse accadergli qualcosa. Una specie di assicurazione sulla vita, casomai andasse male il rifugio in Ecuador.

29 giugno 2013: Der Spiegel scrive che gli USA hanno spiato anche diplomatici dell’Unione Europea. Martin Schulz chiede spiegazioni, furente. Ma in serata arrivano nuove rivelazioni. Questa volta, di un ex luogotenente della marina U.S., ex collaboratore della NSA: altri 6 paesi europei, fra cui l’Italia (gli altri sono: Spagna, Germania, Francia, Danimarca e Paesi Bassi), collaboravano con gli U.S.A. nel programma di controllo globale delle comunicazioni.

 

22 Ott 2013

Prelievo forzoso

E’ successo a Cipro a marzo, attraverso un diktat della Troika imposto per evitare che l’isola precipitasse nel default. Stiamo parlando del Prelievo forzoso sui conti correnti bancari.

L’UE ha precisato agli Stati membri che il “modello Cipro” non avrebbe creato alcun precedente, contestualizzando la scelta di prelevare dai depositi sopra i 100.000 euro una percentuale di circa il 38% esclusivamente a questa situazione.

Invece pare che l’idea del prelievo forzoso potrebbe diventare una norma da applicare a tutti i conti correnti dei 15 Paesi dell’area Euro.

La decisione

arriverebbe direttamente da un report del Fondo Monetario Internazionale dal titolo “Monitor delle finanze pubbliche“:  “Per porre rimedio all’esperimento fallimentare della moneta unica – scrive il Wall Street Journal – il Fondo Monetario Internazionale ha aperto alla possibilità che le autorità europee impongano un prelievo forzoso del 10% sui conti correnti di 15 paesi dell’area euro. Tanto ci vorrebbe, secondo i calcoli degli economisti, per riportare il debito sovrano del blocco ai livelli pre crisi“.

Una decisione passata inosservata, riportata però da alcuni quotidiani, tra cui il greco Imerisia, che vede nel provvedimento una manovra suicida per tutti gli Stati europei interessati, oltre a provocare una fuga di capitali dalle banche europee.

Il quotidiano statunitense

Il concetto è semplice – ribadisce il quotidiano statunitense – piuttosto che appesantire il carico fiscale delle imprese e far scendere ancora di più le buste paga, perché non andare a toccare i capitali dormienti“?. In questo modo, attraverso il prelievo del 10% su tutti i conti correnti, sarebbero ancora una volta i cittadini a pagare la crisi del debito sovrano provocata da politiche monetarie europee sbagliate.

FMI

Poco importa al FMI di inasprire ancora di più i rapporti con Bruxelles e Bce, andando ad innescare nuove e violente rivolte sociali in tutta Europa. Anzi, consapevole “che le misure drastiche non hanno avuto i risultati attesi e che non hanno portato ad una riduzione del debito pubblico“, (come si legge nel rapporto) provocando una fuga di capitali all’estero e un’elevata inflazione per via del ritardo nell’attuazione delle stesse misure, il prelievo forzoso diventa la misura necessaria per “riportare il livello del debito pubblico a livelli pre-crisi“. Come? Attraverso “un tasso di prelievo alto (10%) dei risparmi netti positivi dei nuclei familiari di 15 paesi della zona euro“.

Il report del Fondo

La missione è difficile, ma non impossibile, conclude il report del Fondo, perciò fa appello all’Unione e alla Bce di prendere in considerazione l’idea che messa a confronto “con i rischi e le alternative per ridurre il debito pubblico“, come ad esempio una moratoria delle passività o l’inflazione, “è anche una sorta di tassa sul patrimonio“.

Una proposta inquietante,

che però per molti potrebbe essere fattibile, come afferma l’economista belga Etienne de Callatay che la considera sì “perturbante, persino scioccante e scandalosa“, ma non nega di vederla come “una alternativa alle altre misure profetizzate per uscire dalla crisi, come il ricorso all’inflazione“.

08 Ott 2013

Da quando la crisi economica ha colpito duramente il mondo euro-americano, le pagine di economia, sia sul web che su quotidiani, sono passate dall’essere pagine da saltare a piè pari prima dello sport a diventare improvvisamente interessanti.

Ma, come spesso accade quando non si comprende una materia complessa, si cerca un bandolo della matassa, una ragione suprema, un principio primo che spieghi tutto, che renda la realtà leggibile come un libro di poche pagine. E la chiave di volta di tutto questo sistema maligno, che arricchisce pochi banchieri e impoverisce il resto del mondo, eccola qua: si chiama signoraggio. Ma il signoraggio non è come le scie chimiche, il signoraggio è una qualcosa che esiste.

Innanzitutto il significato. In economia, per usare la definizione del premio Nobel e editorialista del New York Times Paul Krugman,

«è il flusso di risorse reali che un governo guadagna quando stampa moneta che spende in beni e servizi».

Una tassa che si paga quando si usa il denaro. Secondo la Banca d’Italia invece:

Per signoraggio viene comunemente inteso l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta. Per le banche centrali, il reddito da signoraggio può essere definito come il flusso di interessi generato dalle attività detenute in contropartita delle banconote (o, più generalmente, della base monetaria) in circolazione. Per l’Eurosistema, questo reddito è incluso nella definizione di “reddito monetario”, che, secondo l’articolo 32.1 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e della Banca centrale europea (BCE), è “Il reddito ottenuto dalle banche centrali nazionali nell’esercizio delle funzioni di politica monetaria del SEBC”.

Questo termine nasce per definire il diritto del signore feudale a coniare moneta e a trattenere un poco del metallo prezioso usato per coniarlo. Insomma, una garanzia ulteriore sul già intrinseco valore del denaro. C’era una (sia pur impercettibile) differenza tra il valore nominale delle monete e quello reale del metallo con il quale erano coniate. Il valore veniva trattenuto dal governo e veniva usato per la spesa pubblica. Il primo regnante ad usarlo in modo netto fu l’imperatore romano Settimio Severo: metà del metallo prezioso viene tolta alle monete, ma il loro valore nominale rimane tale. Il signoraggio continuò anche per tutto il Medioevo e l’epoca moderna, quando gli Stati continuarono a esercitare il diritto di signoraggio anche usando la monetazione in argento o in rame.

Con la Conferenza di Bretton Woods nel 1944, si cerca di stabilizzare la situazione internazionale usando il dollaro agganciato all’oro come riferimento di tutte le altre valute. Questo sistema viene abbandonato dal presidente Usa Richard Nixon durante la guerra del Vietnam, nel 1971, in favore dell’attuale sistema della Fiat Currency, che di fatto non è agganciata ad alcun valore reale. E allora, che uso di fa del signoraggio, nello stato attuale? Si usa, e l’Italia lo usò molto negli anni Settanta, quando ci fu molto bisogno di far fronte a una spesa pubblica in crescita e una crescente infedeltà fiscale. E anche la Germania di Weimar, tra il 1921 e il 1923 ne abusò, innescando una spirale iperinflattiva che rese carta straccia le banconote. Fin qui cos’è il signoraggio nella teoria economica.

Ma cosa pensano invece i “complottisti”? C’è una data che per loro è decisiva: 27 luglio 1694, anno della fondazione della Banca d’Inghilterra, prima Banca Centrale al mondo, che per la prima volta crea il debito pubblico e fa perdere allo stato la propria “sovranità monetaria”, a tutto vantaggio dei banchieri contro lo Stato e i cittadini.

Ci sono almeno quattro gravi imprecisioni in questa asserzione.

  • Primo, La banca centrale più antica del mondo, intanto, è la Sverige Riksbank, la Banca Centrale svedese, fondata il 17 settembre 1668.

  • Secondo, anche il Banco di San Giorgio di Genova, fondato nel 1407, già svolgeva funzioni da Banca Centrale, pur essendo molto diversa come struttura, e, per quanto i teorici del complotto sostengano fosse pubblica, i capitali che la componevano erano in larga parte privati e gli azionisti ricevevano una rendita del 7% sui loro depositi. In più a volte la Banca svolgeva vere e proprie funzioni di governo nelle colonie genovesi, come in Corsica e in Crimea, molto più di qualsiasi altra banca centrale.

  • Terzo, il debito pubblico c’era già prima. Solo che si chiamava debito della Corona. Il processo di costituzione della Banca avviene anche in un periodo in cui le prerogative reali stavano per essere devolute al Parlamento, quindi normale che anche quelle di natura economica subissero analogo destino.

  • Quarto, le casse dello Stato, che prima di allora si rivolgevano agli orefici e ai finanziatori privati, si rafforzarono notevolmente tanto che l’Inghilterra potè cominciare proprio in quel periodo a diventare una potenza globale.

Non basta: nel 1946 la Bank of England viene nazionalizzata dal governo laburista di Clement Attlee. Quindi, assumendo che la teoria sia vera, prima del 1998, quando la banca ricevette da un altro laburista di nuovo la sua indipendenza, sia pur rimanendo di proprietà integralmente pubblica, l’Inghilterra è stata liberata dal signoraggio per ben 52 anni.

Ci sono però, anche per i signoraggisti, delle banche o istituzioni cosiddette “buone”. Eccole.

  • Parlamento di Guernsey. Guernsey, così come le altre dipendenze della corona britannica, emette moneta attraverso il proprio parlamento locale. Per i signoraggisti, questa è la prova dell’esistenza della moneta sovrana e di come questa tenga i bilanci a posto senza bisogno di debito o di tassazione. E senza nemmeno il pericolo iperinflattivo.

  • In realtà il tasso di cambio della sterlina di Guernsey è collegato 1 a 1 alla sterlina britannica.

  • Banca del North Dakota. Il piccolo stato del Midwest americano sembra non aver sofferto per niente sin dai tempi della crisi dei mutui subprime. Una bassissima disoccupazione (3,1% nel 2012) e un reddito medio pro capite che dal 2006 al 2012 è cresciuto da 33.034 dollari agli attuali 51.893. Per merito di che cosa? Ovviamente del fatto che la Banca del North Dakota è, unica in tutto il paese, completamente di proprietà statale. E che quindi rimane fuori dal sistema della Federal Reserve.

  • È vero che la Banca è di proprietà statale al 100% ma non è vero che è fuori dal sistema della Federal Reserve, visto che fa parte del nono distretto, quello della Federal Reserve di Minneapolis. E gran parte del boom economico che sta attraversando lo stato è merito dell’incremento dell’estrazione petrolifera, visto che il North Dakota è diventato il secondo stato maggior produttore di petrolio degli Stati Uniti. Con questo senza nulla togliere al buon funzionamento della banca, che funge sia da banca centrale che da banca commerciale.

  • Banca Centrale di Siria. Per i signoraggisti questa banca forse non esiste nemmeno, dato che indicano tra le principali ragioni di un attacco americano, l’assenza di una banca centrale “privata e dominata dai Rothschild”.

  • Tralasciando la sparata antisemita, la banca centrale esiste eccome: fondata nel 1963, dal 2005 a oggi ha un governatore, Adib Mayaleh, che nei primi anni del suo mandato ha portato avanti di concerto con il governo di Assad un programma di liberalizzazione dell’economia e del sistema bancario tanto da ricevere il plauso del Fondo Monetario Internazionale. Un po’ strano, per essere una banca che lotta contro un sistema mondiale di poteri forti. Solo recentemente, e a causa sia delle sanzioni che degli eventi bellici, che la Siria è tornata a un sistema economico pianificato.

Quando nel 2002 il ministro dell’Economia italiano Giulio Tremonti propose all’allora governatore della Bce Wim Duisenberg di stampare banconote da 1 e 2 euro, quest’ultimo gli rispose indirettamente durante una conferenza stampa (per meglio comprendere, sappiate che i diritti di signoraggio per le banconote in euro vengono riscosse dalla Bce, quelli delle monete dalla Banca d’Italia): «Non abbiamo progetti di introdurre banconote da 1 o 2 euro, ma ne abbiamo sentito parlare. Naturalmente, ne abbiamo discusso. Stiamo valutando le implicazioni di introdurre tali banconote. In linea di principio non abbiamo niente contro questo progetto, ma stiamo valutando le implicazioni e spero che il signor Tremonti si renda conto che se tale banconota dovesse essere introdotta, egli perderebbe il diritto di signoraggio che si accompagna ad essa. Dunque se egli, come Ministro dell’Economia, ne sarebbe contento non lo so». Qualcuno già allora sarà stato contento che un ministro della Repubblica volesse rinunciare in modo così pacifico e contro così tanti poteri forti al signoraggio.

06 Giu 2013

Il cantautore romano Michele Zarrillo è in terapia intensiva per un infarto. Accusato un malore, ieri mattina è stato ricoverato al policlinico Sant’Andrea di Roma. Le sue condizioni sono serie, ma stabili. Oggi sono previste ulteriori analisi per decidere se effettuare un’operazione chirurgica ed inserire uno stent.

Arrivato al Pronto soccorso in codice giallo, è stato immediatamente sottoposto alle terapie del caso. I medici hanno confermato l’infarto.  Il cantautore di Centocelle è rimasto sempre lucido e cosciente. “Sono sereno e tranquillo” avrebbe detto ai medici.

Il suo ultimo album è del 2011 “Unici al mondo”. Nato il 13 giugno 1957, debutta giovanissimo nel 1972 come chitarrista cantante con i Semiramis, gruppo progressive con i quali pubblica un album. L’anno seguente il gruppo si scioglie e Michele entra per breve tempo nei Rovescio della Medaglia, altro importante gruppo dell’avanguardia musicale di quel periodo. Negli anni successivi si apre anche al mondo della musica pop pubblicando nello stesso periodo i primi due singoli da solista, con il nome d’arte (imposto dai discografici dell’epoca) di Andrea Zarrillo. Nel 1979 torna al suo vero nome e vince il Festival di Castrocaro con “Indietro no”, e compone le musiche di “Sesso o esse” per Renato Zero e “Ricetta di donna” per Ornella Vanoni (incisa anche da Roberto Vecchioni). Nel 1981 esordisce a Sanremo con la canzone “Su quel pianeta libero” a cui fa seguito, l’anno successivo, “Una rosa blu”. Nel 1987 arriva la vittoria a Sanremo nella categoria “Nuove Proposte” (dopo più di quindici anni di carriera) con il brano “La notte dei pensieri”. Al Festival del 1994 Zarrillo presenta uno dei suoi brani migliori, dal titolo “Cinque giorni”, che ottiene uno straordinario consenso popolare e di vendite. Da questo successo nasce l’album “Come uomo tra gli uomini”. Al Festival di Sanremo del 1996 partecipa con “L’elefante e la farfalla”, che darà titolo ad un nuovo album. Il successivo lavoro, “L’amore vuole amore” (1997), raccoglie tutte le sue più importanti canzoni con l’aggiunta di due brani inediti (“L’amore vuole amore” e “Ragazza d’argento”).

 

31 Mag 2013

Scelta coraggiosa del cantante: i costi dei biglietti del concerto di Madrid serviranno solo a pagare la manodopera. Inizialmente la tournée europea di Bon Jovi con la famosa band che porta il suo nome, sembrava non dovesse toccare la Spagna. Il motivo era dovuto al fatto che il costo dei biglietti appariva proibitivo per un paese colpito in modo grave dalla crisi economica.

Quando, qualche mese fa, sono usciti i prezzi dei biglietti della tournée europea di Bon Jovi, molti si sono stupiti guardando alla voce Spagna. Già, per la data di Madrid, al Vicente Calderon, lo stadio dell’Atletico, il costo era tra i 18 e i 39 euro, bassissimo per un concerto gigantesco, in quanto a organizzazione e strutture, come quello del rocker del New Jersey. Basti pensare che per San Siro la cifra si aggira tra i 42 e i 96 euro.

Ma Jon non ha voluto saperne: “c’è la crisi in Spagna? E allora suonerò gratis”.

Insomma, cantante e band non prenderanno un euro di compenso: si esibiranno del tutto gratis per non deludere i fan che volevano vederli e per dare un segno di solidarietà a chi soffre per una crisi devastante. “Quando abbiamo progettato il tour di quest’anno in Europa abbiamo fatto uno studio e abbiamo visto che la Spagna non rientrava, a causa della situazione economica. Tuttavia, non volevo deludere i fan di un Paese che amo e che mi ha trattato bene per trent’anni” ha detto lo stesso Jon Bon Jovi.

I soldi per il biglietto serviranno per pagare l’affitto dello spazio, gli operai che monteranno il palco e gli altri inservienti e tecnici locali arruolati per lo show.

Insomma, una volta tanto, una popstar che sembra vivere nel mondo reale e non su Marte. E, poiché non è che qui si sia così lontani dalla Spagna, considerato anche i tanti spalti vuoti agli ultimi concerti, vedi Springsteen a Napoli per esempio, forse sarebbe il caso di iniziare, non regalare, ma almeno ad abbassare i biglietti pure dalle nostre parti.

10 Mag 2013

“Sacrifici”: non sa dire altro l’Europa dei banchieri e dei burocrati strapagati. Da quando l’Unione Europea è una realtà, non si chiedono che sacrifici alla gente. Ormai è una sorta di tortura, questo vocabolo. Bisogna “tenere i conti in ordine”, bisogna “salvaguardare le banche”, bisogna “razionalizzare la spesa”. In poche parole: si tagliano servizi essenziali alle persone per ripagare un debito che probabilmente, viste le sue dimensioni, è impagabile. Basti pensare che il debito pubblico italiano vale oltre 2mila miliardi ed è cresciuto sia con Berlusconi che con quel presunto genio di Monti: oggi è ai massimi storici. La dimostrazione scientifica che i sacrifici imposti ai più deboli non solo non sono serviti a nulla, ma hanno drasticamente peggiorato la situazione dei cittadini europei. Situazione destinata a peggiorare ancora, visto che inflazione, disoccupazione e pressione fiscale galoppano, mentre l’economia arretra un po’ ovunque.

I parrucconi a reti unificate vi fanno credere che esista una sola ricetta: quella che prevede aumenti delle imposte e tagli a pensioni, scuola e sanità. Non è assolutamente così. Un esempio concreto: che non è il Congo o Costa Rica o il Kazakistan. Parliamo del Giappone, ovvero uno dei paesi più ricchi al mondo, una delle principali potenze industriali. Il Paese nipponico ha un debito pubblico di enormi proporzioni (rapporto debito/Pil 236%), ed un deficit spaventoso (rapporto deficit/Pil 10%). Insomma, con questi numeri sarebbe ampiamente fuori dei parametri di Maastricht. Eppure il Giappone non ha la minima intenzione di copiare le scellerate ricette europee che hanno affamato la Grecia e presto potrebbero ridurre alla miseria Portogallo, Spagna e Italia.

“Il premier Shinzo Abe, ha avviato il suo piano di salvataggio: il governo tramite la banca centrale stamperà moneta (tanto da far passare la massa monetaria da 135mila miliardi a 270 mila miliardi entro il 2015) che servirà per comprare dalle banche i titoli di stato giapponesi (non solo i titoli a breve scadenza, ma anche quelli a medio e lungo termine). Il debito resterà invariato (perché il governo comprerà il debito già esistente) ed i tassi di interesse di qualsiasi scadenza si abbasseranno (grazie all’intervento statale). La grande iniezione di liquidità utilizzata per comprare i titoli farà da incentivo per gli investimenti (quindi le imprese e le banche una volta ricevuti i soldi dal governo li riutilizzeranno per la crescita)”.

Ma se il Giappone stampa moneta per fare fronte ai debiti, perché non lo fa l’Europa? Semplicissimo: i vari Stati dell’Ue non hanno sovranità monetaria. Il potere di stampare moneta ce l’ha solo la Bce, che è privata. E, quando immette liquidità, non lo fa per beneficenza, ma rivuole indietro i soldi. Il risultato è che gli Stati si indebitano e, su pressione delle lobbies finanziarie, tagliano i servizi, alzando le imposte, come si fa ormai da una decina d’anni a questa parte.

Ora, non è che stampare denaro a tonnellate ci renda tutti ricchi. Per carità, non siamo così sciocchi da pensarlo (anche il Giappone sta passando un brutto momento). Ma indubbiamente la possibilità di battere moneta, coi conti sballati che abbiamo, ci darebbe una grossa mano a uscire dalla crisi e impedirebbe il massacro sociale in atto. E tutto questo è niente rispetto a quel che avverrà a breve “grazie” al Mes e al Fiscal Compact.

 

24 Apr 2013

Gli occhiali smart di Google, la wiki-lente e lo smartwatch di Microsoft, l’anello-telecomando di Apple, il display indossabile di Sony: il mondo dei wearable devices si prepara a diventare un mercato di massa.

Stiamo parlando di  computer indossabili (wearable devices), noti anche come dispositivi elettronici in miniatura che sono indossati sotto o sopra abbigliamento. Questa classe di tecnologia indossabile è stata sviluppata per le cosiddette tecnologie dell’informazione per e lo sviluppo dei media.

wearableDopo un 2013 di annunci, nel 2014 tanti nuovi prodotti arriveranno alla vendita. I wearable devices esistono da qualche anno in alcuni settori specifici: militare, salute (apparecchi per il monitoraggio dei parametri come il battito cardiaco, la pressione, la glicemia), fitness (registrazione delle sessioni di allenamento, per esempio con Adidas miCoach o Nike+) giochi (Kinect di Microsoft).

Ma l’ingresso di aziende come Google e Apple darà al mercato il colpo d’acceleratore: Ims Research prevede che i wearables venduti nel mondo passeranno da 14 milioni nel 2012 a 171 milioni nel 2016, quando le ricavi toccheranno 6 miliardi di dollari. Naturalmente in questa evoluzione avranno un ruolo le ultime evoluzioni nelle scienze dei materiali, nei chip, nei sensori, nelle batterie, nella tecnologia Bluetooth per il collegamento wireless con gli altri device, della realtà aumentata e nella Nfc (tecnologia che fornisce connettività wireless bidirezionale a corto raggio), perché molti wearables permetteranno i pagamenti mobili.

Il grosso delle vendite continuerà ad essere rappresentato dagli apparecchi per la salute e l’attività sportiva, ma bracciali, orologi, anelli, occhiali, tessuti e tatuaggi smart che hanno dietro nomi “importanti” concentrano l’attenzione del pubblico, promettendo non solo connessione a Internet sempre attiva, ma input di nuova generazione (con gesti e voce, non con la tastiera) e qualche aspetto di realtà aumentata.

Come se la giocheranno tra loro i grandi potagonisti? Secondo Forrester Research, Apple sarà la prima ad avviare l’ecosistema, ma sarà frenata dal suo Os (sistema operativo) chiuso. Google svilupperà un ecosistema più aperto e potrebbe dominare il mercato, vista la diffusione di Android, ma deve superarne la frammentazione. Microsoft proporrà a sua volta una “antipiattaforma” basata su standard web aperti, con cui cercherà di offrire più flessibilità rispetto ad Apple e Google.

“Il brevetto di recente ottenuto da Microsoft per le lenti intelligenti (AR Smart Glass) rafforza ulteriormente il suo ecosistema che comprende device consumer mobili e fissi, servizi e una presenza consolidata nel settore entertainment con Xbox e Kinect”, commenta Nitin Bhas, Senior Analyst diJuniper Research. “Ma la concorrenza di Apple e Google è forte, anche perché l’Os di Microsoft, nel segmento mobile, ha quote di mercato inferiori a quelle di iOs e Android.

Soprattutto, questi come altri protagonisti dovranno sviluppare un ecosistema di applicazioni per i wearable devices e creare una piattaforma che amplia il ruolo dei mini-computer indossabili, esattamente come accaduto nel mondo smartphone”.

Un altro elemento di differenziazione sarà la capacità di rispondere alla crescente richiesta dei consumatori di avere dati in tempo reale di ogni genere (le prestazioni sportive insieme alle notifiche dei social network, alle ultime notizie e agli aggiornamenti traffico e meteo) e di poterli condividere con tutti gli altri device: vincerà non solo chi proporrà wearables accattivanti con un ricco ecosistema di app, ma anche capaci di comunicare in modo semplice e immediato con gli altri dispositivi.

“Siamo alla vigilia dell’era degli accessori-app”, spiega Ken Balkeslee, imprenditore americano che da anni sostiene il settore dei wearables e oggi guida la Webmobility Ventures. “Come l’orologio della Pebble, mini-computer con interfacce personalizzabili, applicazioni e connessione allo smartphone”. “L’evoluzione tecnologica sta creando condizioni per cui, nel prossimo futuro, i device indossabili diventino prodotti mass market.

Sicuramente l’utilità percepita dal consumatore dovrà essere superiore alla complessità di gestione, per determinare il successo di un prodotto”, commenta Edoardo Thermes, direttore Wind Digital. I wearables non sostituiranno lo smartphone, ma lo trasformeranno in una sorta di elemento centrale per device e applicazioni, rafforzando il ruolo delle comunicazioni mobili.

C’è da aspettarsi che siano favorite le piattaforme aperte e interoperabili, ma “occorreranno reti con copertura più capillare e veloce e con tempi di risposta più rapidi”, sottolinea Thermes. Wind, che ha annunciato un importante investimento nella più recente evoluzione degli standard di telefonia mobile, si sta attrezzando per supportare questa evoluzione tecnologica: ma c’è da aspettarsi che gli altri operatori non restino a guardare.

22 Apr 2013

Nonostante apparenti complicazioni, il concetto di «Over The Top Television» è facile da capire: si tratta della possibilità di fruire sul grande schermo di casa, ruolo di solito interpretato dal televisore, di contenuti audiovideo dalla rete internet senza banda dedicata e qualità garantita – altrimenti si ricadrebbe sotto l’acronimo «IPTV».

Per chi non lo sapesse, il sistema IPTV è generalmente usato per diffondere contenuti audiovisivi attraverso connessioni ad Internet a banda larga. È tecnologicamente distinto dalla Web TV in quanto mentre quest’ultima è realizzata attraverso una comunicazione best-effort, l’IPTV è realizzata con meccanismi di trasmissione che ne garantiscano la qualità di servizio a favore dell’utente attraverso meccanismi tipici di priorità.

tvyoutubeGrazie all’uso di «app dedicate» ovvero piccoli programmi o semplici script che si occupano di rendere più facile l’accesso ai servizi audiovideo rispetto all’uso di un normale browser e indirizzi web da digitare, è possibile fruire di contenuti video direttamente sul televisore di casa. Queste «applicazioni» sono incorporate nei televisori di ultima generazione, i cosiddetti «TV connessi», e si attivano selezionando un’icona (detta «widget») oppure possono essere trasferite via etere ai televisori o ricevitori esterni per il digitale terrestre del tipo «interattivo» o «mhp» (quelli caratterizzati dal bollino gold DGTVi).

In buona sostanza, se il vostro televisore o ricevitore è dotato di una presa di rete ethernet oppure della possibilità di connessione wi-fi alla rete è molto probabile che possa essere adatto alla fruizione dei servizi di televisione OTT (Over The Top). Le «televisioni connesse» più moderne – si dice siano già oltre 1,5 milioni – godono della possibilità di aggiornamento software e quindi dell’aggiunta da parte del produttore del televisore di nuovi widget che consentono la chiamata immediata di nuovi servizi, ad esempio come Vimeo che è una delle alternative a YouTube che intanto tocca il miliardo di utenti.

Oggi però, a differenza di un recentissimo passato in cui si costringevano gli utenti in un «walled garden» (giardino chiuso) in cui soltanto alcuni contenuti scelti dal produttore di tv potevano essere richiamati, si può accedere a qualsiasi flusso audiovideo tramite l’uso del normale browser incorporato. La «televisione OTT» non è quindi più materia strettamente riservata ai tradizionali broadcaster ma illumina di nuova luce chi può offrire contenuti, a prescindere dalla distribuzione.

È evidente che quando il televisore incorpora direttamente una CPU più potente e una presa di rete, il modello di business dei broadcaster tradizionali diventa obsoleto. Come se non bastasse, poi, il mercato offre oggi dispositivi alternativi alla tv come tablet e smartphone adatti all’uso «televisivo».

Dunque, il futuro della tv appare interessante, si profila il successo del paradigma sinergico fra diffusione broadcast via etere, dedicata ai programmi live, e diffusione via rete per la visione on demand, con buona pace dei tifosi dell’IPTV e della rete a tutti i costi, come unico vettore telematico.

12 Apr 2013

Quando Oracle, il colosso del software fondato da Larry Ellison, ad aprile 2009 annunciò che stava acquisendo Sun Microsystems per 7,4 miliardi di dollari, la mossa suscitò perplessità. Non per Sun, che era in crisi e aveva già tentato di farsi acquistare da Ibm l’anno prima. Oracle aveva una lunga storia di costose acquisizioni nel settore del software aziendale, ma Sun aveva anche tecnologie di base (come Java e Nfs) e soprattutto un ampio business hardware tra thin client, workstation e server. Qualcuno avanzò l’ipotesi che in Oracle non ci sarebbe stato né spazio né piani per l’hardware. E invece la strategia si sta rivelando lungimirante.

Oracle si è aperta una via nel mondo dell’integrazione verticale. Lo stesso mondo dove adesso stanno convergendo gli altri big americani. A partire da IBM, che ha fatto dell’integrazione verticale tra hardware, software e servizi la sua bandiera da decenni, arrivando a giocare la carta dei sistemi integrati Pure, che uniscono sotto un unico cappello software i sottostistemi hardware server, storage e networking. Anche Hp ha fatto crescere le sue attività dagli anni di Carly Fiorina sino a comprendere tutti gli aspetti del business consumer e aziendale, producendo di tutto: dal software alle stampanti e ai pc, dai tablet ai server fino ai sistemi di telepresenza dal costo di milioni di dollari.

Adesso è la volta di pezzi grossi come Dell. L’azienda texana dopo aver allargato il suo business negli anni Novanta e Duemila dal settore dei pc a quello dei server e storage aziendale, negli ultimi due anni ha accelerato nelle acquisizioni di tecnologia e talenti per costruirsi una divisione software enteprise del valore di un miliardo di dollari.

Talenti consolidati nella convergenza sono aziende come Emc, che ha un giro d’affari mondiale da più di 20 miliardi di dollari e vende indifferentemente hardware, software e servizi. Colossi nel settore della sicurezza informatica come Symantec, Kaspersky e Trend Micro, hanno un piccolo piede nell’hardware perché forniscono ai loro clienti aziendali “appliance”, cioè apparecchi da aggiungere nei data center ai server dei clienti per automatizzare le attività di monitoraggio e filtro dei contenuti. Invece se ne tiene lontana, almeno per adesso, Adobe, che non ha annunciato progetti per la convergenza hardware-software.

Su un altro fronte sono sulla strada della convergenza anche i grandi della rete: Google sta corteggiando sempre più da vicino il mondo dell’hardware e ha iniziato a commercializzare un pc, il Pixel, oltre agli occhiali (intelligenti in versione beta), ma soprattutto siede sopra una montagna di brevetti e tecnologie tramite Motorola, che fanno pensare come sempre più probabile una linea di tablet e smartphone. Amazon ha da tempo imbracciato la via dell’hardware e anche Microsoft ha sposato la strada che appare come frontalmente contraria al suo modello di business. L’azienda, sulla premessa che il valore sta soprattutto nel software, ha aperto timidamente prima una divisione per accessori pc (mouse e tastiere), poi la divisione giochi con la prima e la seconda generazione della console Xbox che, dopo anni di perdite miliardarie, si è tramutata in una gallina dalle uova d’oro sia per le vendite di giochi sia per le possibilità di cross-marketing nei servizi di rete e social di Xbox Live. Adesso, con le due versioni del tablet Surface, Microsoft entra in competizione con i suoi partner hardware come Acer, Asus, Lenovo e gli altri produttori di pc. Inoltre, Microsoft ha anche annunciato un investimento miliardario in Dell, che il fondatore Michael Dell vuole de-listare dal mercato americano per motivi fiscali e strategici, ipotecando la fedeltà del grande produttore di hardware alle sue tecnologie. E in effetti Dell è una delle aziende più aggressive nel presentare tablet e ultrabook touch per il nuovo Windows 8.

Infine, uno dei top manager di Microsoft, nel 2010 è diventato Chief Executive Officer di Nokia, stringendo un accordo molto forte per l’utilizzo praticamente in esclusiva nell’uso del sistema operativo di Microsoft. Mancano ancora molte tessere del puzzle digitale perché la convergenza tra hardware, software e servizi delle aziende americane sia completa. Poche centinaia di chilometri più a nord, l’azienda canadese ex-Rim divenuta oggi Blackberry, come il suo prodotto di punta che è un esempio di integrazione verticale completa dal server al client, resiste l’idea di vendere la sua divisione hardware e dedicarsi solo allo sviluppo del sistema operativo su licenza. Dopotutto, “il valore dell’integrazione è superiore a quello delle singole parti”.

08 Apr 2013

Il mondo della tecnologia e dei media sta cambiando. Costruire col telecomando un palinsesto tv personalizzato è ormai una cosa normale. Le playlist ci hanno resi dj di noi stessi e videocamere economiche (spesso sostituite dal cellulare) ci trasformano in registi.

A sancire il definitivo passaggio dall’era tecnologica a quella digitale sono arrivati i social network, realtà ormai consolidata, e infine le web tv, ultima vera novità nel campo della comunicazione online. Proprio in questi giorni la redazione di Made in Italy Notizie sta mettendo appunto un interessante progetto.

Ma che significa web tv? Il neologismo designa piccoli ed economici network computer che permettono di navigare attraverso lo schermo di un televisore, così come servizi informativi in grado di fornire attraverso il web programmi video in streaming e non. Le web tv sono dunque la fusione perfetta tra cinema, televisione, social network e computer.

In Italia ce ne sono ancora poche ma tutte di ottima qualità. Ci sono La Web Tv e Italia online, che si occupano di news di attualità, Arcoiris è dedicata all’ambiente, Bluchannel è concentrata su programmi culturali, Fanta Tv sulla fantascienza, File Tv sullo spettacolo…insomma, poche ma buone, e per tutti i gusti.

L’ultima novità del settore è Soluzioni Semplici, la web tv del Circolo Degli Artisti di Roma, probabilmente ad oggi il club più importante per quanto riguarda la musica dal vivo in Italia. “L’idea alla base di questo progetto – spiega uno degli ideatori, uno degli ideatori – è quella di raccontare appunto la musica osservandola da varie angolazioni. Darle di nuovo la centralità, in un momento storico in cui le tv generaliste preferiscono dedicare la loro programmazione ai talent show invece che ai musicisti.

Ma ci interessa anche “accendere” i riflettori su tutte quelle figure professionali che si muovono dietro le quinte, come etichette, direttori di produzione, distribuzioni, redazioni di giornali. E poi, chi lo sa, magari aprirci in futuro anche ad altre forme d’arte, come la letteratura, ad esempio”. Una fucina di idee geniali e possibilità di espansione, insomma. Perché la vera creatività ha bisogno di soluzioni semplici.